Monchio: il perchè di una strage

//Monchio: il perchè di una strage

In occasione della commemorazione del 63° anniversario dell’eccidio di Monchio, Susano e Costrignano sono emerse aspetti e particolari inediti sulla strage. In particolare è stato accertato che la strage fu fortemente voluta dal commissario prefettizio di Montefiorino, Francesco Bocchi, che fu inviato a Montefiorino con pieni poteri per combattere le formazioni partigiane che imperversavano nella zona.
Appena si insediò, Bocchi, il 27 febbraio 1944, inviò un dettagliato rapporto al capo della provincia di Modena sull’ordine pubblico, il quadro che fornisce Bocchi ci dimostra che tutto il comuneè nelle mani dei “ribelli”, che ne condizionano la vita in tutti gli aspetti. In questo clima di paura e di odio Bocchi sollecita ripetutamente l’intervento, prima dei fascisti, poi tedeschi.
L’otto marzo 1944 vi fu il primo scontro con i partigiani, nel corso del quale vennero catturati e fucilati Aurelio Aravecchia e Dante Schiavone perché renitenti alla chiamata alle armi e perché trovati in possesso di alcune bombe a mano.
Nel pomeriggio del 9 marzo, in località Fornace di Savolniero, alcuni partigiani, guidati da Zuilio Rossi attaccarono un convoglio fascista uccidendo l’agente di scorta e dando alle fiamme due automezzi.
Nel frattempo un gruppo di partigiani, guidati da “Nello” (Nello Pini) mentre si stavano portando a Palagano avvistarono un pulmino su cui vi erano diversi fermati fra cui Don Sante Bortolai e Giuseppe Rioli, direttore dell’ufficio postale di Palagano. I partigiani, credendoli i rinforzi inviati dai fascisti, sparano sul camioncino uccidendo Rioli, che era stato arrestato dai fascisti perché accusato di collaborare con i “Ribelli” . Don Bartolai miracolosamente ne uscì incolume.

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Subito dopo, giunse un secondo autocarro carico di militi repubblichini. Vi fu un’altra violenta sparatoria fra i fascisti ed il gruppo di “Nello”, che si protrasse per alcune ore. I partigiani, appostati fra gli anfratti e la fitta vegetazione, ebbero ancora la meglio sui fascisti, che lasciarono sul terreno sei morti e sette feriti, dei quali due molto gravi, che moriranno poco dopo. I partigiani galvanizzati per i successi ottenuti continuano ad attaccare sia i fascisti che i tedeschi.
La mattina del 16 marzo, “Nello” , con i suoi fedelissimi, in località Molino del Grillo, che dista alcune decine di metri dalla sua abitazione, attaccò due corriere cariche di soldati repubblichini provenienti da Lama Mocogno e diretti a Palagano.
“Nello”, attaccò i due pullmans dalle alture che sovrastavano la strada che porta a Palagano. Nello scontro rimangono uccisi quattro repubblichini tra cui il tenente Giuseppe Finucci. Le giovani reclute repubblichine, che si arresero senza combattere, vennero disarmate e lasciate libere.
Nel primo pomeriggio dello stesso giorno un reparto della Feldgendarmerie tedesca, accompagnato da militi repubblichini si diresse verso monte Santa Giulia, che era ritenuto il covo dei partigiani.
I partigiani di “Minghin” (Domenico Telleri), avvisati dalla popolazione, tessero un’imboscata ai tedeschi. Nel corso dei furiosi combattimenti una raffica di mitraggliatrice colpì un capitano ed altri quattro soldati che stramazzarono a terra privi di vita.
Il giorno seguente, i tedeschi a Cà d’Andrea, località posta a metà strada fra Savoniero e Susano, ebbero un nuovo scontro con i partigiani di “Minghin” . Il bilancio fu ancora negativo per i tedeschi che lasciarono sul terreno un ufficiale ed un soldato. Per giustificare le perdite i fascisti parlavano di una formazione di 250/300 uomini. questo punto anche i tedeschi, si erano convinti di non trovarsi più davanti ad un’azione di Polizia, ma di guerra e che quindi occorrevano strumenti adeguati per combatterla. Infatti, scelsero tale azione un reparto della divisione paracadutisti “Herman Goring”, comandato dal capitano Kurt Christian Von Loeben, comandante di un battaglione di 300 uomini, che disponeva di mezzi corazzati ed artiglieria.
Com’è noto, alle prime luci dell’alba del 18 marzo gli abitanti della valle furono svegliati dai colpi di tre cannoni che i tedeschi, dalla Rocca di Montefiorino, sparavano su Susano, Costringano e Monchio per colpire i “Banditen” ed i loro fiancheggiatori. Verso le 7 si iniziarono a sentire i rumori dei motori dei blindati che circondarono la zona. I paracadutisti della “Goering”, che erano in competizione con le SS, iniziarono la spietata caccia all’uomo. Le povere vittime, tutti inermi cittadini, vennero passati per le armi nei luoghi in cui venivano sorpresi.
Il disprezzo che Von Leoben nutriva per gli italiani si rileva anche dal fatto che fece fucilare anche tre fascisti.
Bocchi risentito per il comportamento dei tedeschi, nella relazione del 30 marzo 1944, scrisse al capo della provincia, sottolineando che ” erano stati fucilati tre fascisti regolarmente iscritti al P.F.R” .Tale terrificanti violenze ebbe effetti nefasti sulla popolazione. Vi furono persone che impazzirono, molte altre fuggirono senza dare notizie di se. Un numero impressionante di persone fu condotto via dai tedeschi. Von Leoben, fiero delle sua gesta scrisse nel suo rapporto: “Con questa azione il battaglione ha dato l’esempio di come devono essere combattute le bande dei ribelli”. Sia i tedeschi che i fascisti si vantano di aver ucciso 300 partigiani.
Inspiegabilmente per l’eccidio di Monchio, Susano e Costringano, che è la prima strage per efferatezza e numero di morti della provincia di Modena, non vi è stata alcuna inchiesta per accertare le gravi responsabilità dei nazi-fascistii.
Di tale eccidio si è trovata una vaga traccia nel cosiddetto armadio della vergogna in cui si parla dell’uccisione di 300 civili in località Monchio. Non si sa però se è Monchio di Montefiorino (MO), Monchio delle Corti (PR) o Monchio di Ciano d’Enza (RE). Solo alcuni mesi fa la magistratura tedesca ha aperto un’inchiesta per accertare le responsabilità dei superstiti della divisione “Erman Goring”, che parteciparono all’eccidio. Si ha la sensazione che, che anche a livello politico, sia mancata la volontà politica di fare luce su un crimine così efferato. L’archiviazione “provvisoria”, avvenuta il 14 gennaio 1960, che riguarda n.695 fascicoli, ne è la conferma.

ROLANDO BALUGANIA

By | 2017-09-25T00:26:06+00:00 17 febbraio 2015|Resistenza e Antifascismo Oggi|